Indologia Italia

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martedì 18 agosto 2015

Il dio Kṛṣṇa - Krishna

Kṛṣṇa, letteralmente “lo scuro” è figura già citata nel Veda ma assume i contorni di una divinità propria solo a cavallo dell’era volgare nella corrente dei Bhagavat che pone appunto Kṛṣṇa al centro della devozione (il testo fondamentale è infatti il Bhāgavata Purāṇa).


Il nome di Kṛṣṇa è già citato nella Chāndogya Upaniṣad ma è nel Mahābhārata, il grande poema indiano che narra della lotta tra i Paṇḍava e i Kaurava, due stirpi di cugini in guerra per il dominio imperiale, che Kṛṣṇa assume un ruolo davvero preminente: nel poema Kṛṣṇa è figlio di Vasudeva e Devakī. La sua nascita avverrebbe a Mathurā dove governa il tiranno Kaṃsa, zio del piccolo Kṛṣṇa. Saputo da una predizione che sarebbe stato ucciso per mano di un nipote, Kaṃsa fa uccidere tutti i figli di Devakī, sua cugina.

La vicenda non può non essere accostata al mito romano di Rea Silvia che partorisce i gemelli di nascosto e li affida alle correnti del Tevere per sottrarli alla furia del tiranno usurpatore, nonché zio, Amulio.

Il settimo figlio di Devakī, Balarāma viene magicamente trasferito nel grembo di Rohinī e Devakī è imprigionata. Rimane incinta nonostante l’isolamento grazie a un capello nero di Viṣṇu. Per questo Kṛṣṇa nasce appunto con colorito scuro mentre Balarāma è solitamente rappresentato di colorito chiaro.


Anche questa vicenda può non accostarsi a un episodio della mitologia classica, quando Zeus seduce Danae trasformandosi in pioggia d’oro per superare le barriere fisiche della prigione in cui Acrisio, tiranno di Argo e padre della stessa Danae, aveva rinchiuso la figlia dopo aver saputo, tramite profezia, che sarebbe stato ucciso dal nipote (cioè Perseo).

Kṛṣṇa cresce affidato a due pastori (anche qui si ravvisa un significativo accostamento con la vicenda di Romolo e Remo trovati dai pastori Faustolo e Acca Larenzia) di nome Nanda e Yaśodā.

Kṛṣṇa cresce nella quiete agreste e pastorale insieme alle gopī, pastorelle innamorate di lui, tra le quali spicca Rādhā. Fin da piccolo Kṛṣṇa deve però affrontare una serie di pericoli: il tiranno zio Kaṃsa infatti continua ad attentare alla sua vita. Kṛṣṇa affronta una serie di prove che ricordano le fatiche di Ercole (e infatti gli antichi Greci al seguito di Alessandro Magno accostarono proprio la figura di Eracle a quella di Kṛṣṇa).
Kṛṣṇa trascorre le giornate vagando per le foreste e i pascoli, suonando il caratteristico flauto dolce (che ci ricorda Pan) e giocando all’amore con le gopī.


Durante la lotta tra Pāṇḍava e Kaurava narrata nel Mahābhārata Kṛṣṇa si schiera coi cinque Pāṇḍava e offre loro il suo aiuto, fatto di consigli anche scaltri e subdoli.
Celebre è l’episodio in cui Kṛṣṇa, auriga dell’eroe Arjuna, proprio nel momento della battaglia finale di Kurukṣetra, consola e istruisce Arjuna sul comportamento da tenere in battaglia: è la celebre Bhagavad-gītā, il Canto del Beato, in cui Kṛṣṇa si rileva ad Arjuna come dio supremo.


Questo testo, tradotto in inglese già a fine Settecento, ha rappresentato e continua a rappresentare una pietra miliare della spiritualità indiana.
Databile forse intorno al III sec. a.C., fu la base sulla quale costruire una nuova sfumatura religiosa, quella appunto della devozione Bhagavata con al centro proprio la figura di Kṛṣṇa come Beato Signore legato agli uomini da un reciproco amore che usò il linguaggio dell’erotismo per esprimersi. Pensiamo solo al Gītā-govinda, il celebre testo di Jayadeva redatto nel XII sec. che esprime l’amore tra dio e devoto nei termini del sentimento erotico.
Al termine della battaglia di Kurukṣetra Kṛṣṇa si ritira nella foresta e lì muore trafitto al tallone da una freccia (interessante il rimando alla vicenda di Achille) scagliata da un cacciatore dopo che lo stesso Kṛṣṇa si era steso per terra ad attendere la morte.
Secondo il mito la morte di Kṛṣṇa, avvenuta il 18 febbraio del 3102 a.C.,  sancisce l’inizio del Kali yuga, l’ultima era del mondo.


Nei primi secoli dell’era volgare Kṛṣṇa cominciò a essere considerato un avatāra di Viṣṇu: con tutta probabilità questo passaggio avvenne nell’epoca Gupta quando il dio Viṣṇu assunse una dimensione cultuale prevalente e si tentò in qualche modo di accogliere nel pantheon figure divine precedenti facendole diventare manifestazioni del dio supremo Viṣṇu.
Kṛṣṇa è con tutta probabilità una divinità antichissima e autoctona che venne poi assorbita nel culto vaiṣṇava ma che rimane a tutt’oggi una delle figure più intense e potenti del pantheon hindū.